Stella Pulpo Memorie di una Vagina

Intervista a Stella Pulpo (Memorie di una Vagina) su “Fai uno squillo quando arrivi”- tempo di lettura: 15 minuti -

Questo articolo deve iniziare con una confessione d’amore (con la quale in realtà ammorbo Stella da quando l’ho conosciuta): il blog Memorie di una Vagina è stato tra le mie prime ispirazioni nel creare il mio blog.

Leggevo Stella (allora ancora anonima) ai suoi albori, quando io ero ancora all’università e invidiamo molto questa ragazza che riusciva e poteva esprimersi con una tale libertà su temi così intimi e delicati come il sesso e le relazioni.

Mentre la leggevo mi chiedevo se anche io un giorno avrei potuto fare altrettanto. E adesso eccomi qui: questo è un piccolo cerchio che per me si chiude. La studentessa universitaria di allora non avrebbe mai creduto, un giorno, di arrivare a incontrare e intervistare quella sua “Musa”.

M: Ho avuto la fortuna di conoscerti a una presentazione di “Fai uno squillo quando arrivi” in Santeria Paladini a Milano [NdA, Stella sotto mi corregge: era il Circolo ARCI Ohibò]. In quella occasione ricordo che qualcuno dal pubblico ti chiese se la storia fosse autobiografica. Chi ti segue dagli esordi del blog conosce già le tue tribolazioni con PDM (*Pezzo Di Merda, per chi ci legge), alla base probabilmente anche dell’apertura del tuo blog, nato dopo la vostra rottura, corretto?
A quella domanda tu hai risposto che era in buona parte autobiografico e per forza di cose, ma che Nina può essere tutte noi. Concordo e immagino che questo sia stato anche parte dello scopo con cui hai scritto il libro, donare una storia che potesse essere universale per le donne e trasversale nelle generazioni, è così?

Quella volta che finalmente l’ho incontrata dal vivo!

S: Dunque Cara, ci siamo conosciute al Circolo ARCI Ohibò e PDM sta per “pieno di merda”, non semplice “pezzo” e la differenza, se ci pensi, è sostanziale. Al netto di ciò, tutto quello che dici è corretto. FUSQA è la storia di Nina, che è in parte la mia storia, ma è la storia di chiunque viva un amore a vario titolo sbagliato, ostinato, strappato alle contingenze della vita e alimentato dalle suggestioni dalle gioventù. Insomma, esperienze assai comuni, persino banali, nelle quali scorrono anima e budella, crescita e irrisolti, di moltissimi di noi, indifferentemente uomini e donne. 

M: Il tema autobiografico è a me molto caro, dato che ho gestito il mio blog rimanendo anonima per un anno. Mi ero fatta diverse paranoie relative alla mia “reputazione” rispetto ad esempio all’ambito lavorativo o familiare (per poi scoprire che erano infondate quando ho fatto coming out). Anche tu sei rimasta per qualche tempo anonima su “Memorie di una Vagina”, per poi svelarti come hai raccontato quando ti proposero di tenere una rubrica su Cosmopolitan.
Cosa è cambiato per te, nei tuoi rapporti interpersonali, prima e dopo il tuo coming out?
C’è stato un vero è proprio coming out e come l’hai gestito in quel periodo?

S: La scelta dell’anonimato ti consente maggiore libertà espressiva, una scrittura più spietata e spregiudicata, se vogliamo, ed è una fase secondo me fondamentale per individuare la propria cifra. Il coming out è come se ti responsabilizzasse, come se ti inducesse a dire: sì, sono io e penso queste cose. Quando ci metti la faccia e il nome, porti concretezza alle tue opinioni e inizi a convivere pubblicamente con la tua identità digitale. Quindi sì, cambia che amici, parenti, nemici, amanti e datori di lavoro passati, presenti e futuri, sanno che tu scrivi quelle cose. E questo, ovviamente, può essere un plus o un minus a seconda della persona che hai di fronte. Stesso dicasi per la famiglia. Stesso dicasi per gli uomini

M: Credo che l’espediente di restare anonime, per tutelarsi sostanzialmente, sia connesso anche al fatto che le donne oggi ancora – assurdo, sì – prima di parlare di sesso debbano contare fino a dieci e considerarne le conseguenze per se stesse. Sei d’accordo?

S: Le donne, in generale, è preferibile si esprimano poco, soprattutto sul piano pubblico, soprattutto su temi tradizionalmente considerati appannaggio maschile (tutti, tranne l’ammorbidente, il gossip e l’amore romantico). Se parlano di sesso, poi, il giudizio morale è quasi immediato. Tuttavia, la ragione per cui all’inizio ho preferito l’anonimato, non era tanto tutelare la mia immagine di brava ragazza cattolica (che non ho mai avuto) quanto piuttosto proteggermi dalle molestie, dagli insulti e dall’invadenza che a volte si sperimenta quando ci si espone pubblicamente. Se scrivi di sesso, sei troia. Far capire che non è necessariamente così è un lavoro lungo, lento, che passa anche per ciò che faccio io, ciò che fai tu, ciò che fanne in tante. Insomma, siamo delle eroine che lottano per la liberazione del piacere femminile. Mica male. 

Le donne, in generale, è preferibile si esprimano poco, soprattutto sul piano pubblico, soprattutto su temi tradizionalmente considerati appannaggio maschile (tutti, tranne l’ammorbidente, il gossip e l’amore romantico).

Stella Pulpo

Veniamo al libro “Fai uno squillo quando arrivi”. Mentre lo leggevo questa estate, mi sono segnata dei passaggi che mi hanno colpita e sui quali vorrei chiederti un commento.

Greta Salvi ha un bisogno radicale di un punto fermo. Di una certezza. E ad averne bisogno non è la donna di 32 anni, forte e realizzata. È la 15enne che abita ancora dentro di lei, la ragazzina che reclama il suo diritto insindacabile a fidarsi di un uomo, che pretende la sua felicità. E più la pretende, meno quella arriva. Perché, del resto, la felicità è femmina, bisogna snobbarla un po’ perché si conceda. Che a farla sentire troppo voluta, si finisce col non conquistarla mai.

“Fai uno squillo quando arrivi”, p. 83.

M: Cos’è la felicità oggi per Stella Pulpo?
Possiamo associarla al “vero amore” o “l’uomo giusto”? Anche questi più li cerchi, più non arrivano?

S: Personalmente non sono quasi mai “felice”. Nel senso che ho proprio un talento straordinario nel vedere le cose, a primo acchito, dal punto di vista peggiore. Poi ci lavoro e mi riprendo ma la felicità, per me, è una promessa mancata, un istante, un battito di ciglia, l’attimo di grazia assoluta in cui le cose sono al loro posto, appena prima di scompaginarsi di nuovo. Lavoro sulla serenità, che mi sembra più vera, che è un’intenzione dello spirito, un nuovo linguaggio interiore da praticare. Puoi essere serena in coppia e puoi esserlo da single. Puoi stare di merda in coppia e puoi stare di merda da single. Ironicamente tendiamo sempre a cercare fuori le ragioni del nostro stato, positivo o negativo che sia, e quasi sempre, invece, quei grovigli e quei meriti sono dentro di noi. A volte espliciti e a volte ben nascosti (madonna che profondità).

Il primo messaggio su WhatsApp, quello post coitale, quello attorno al quale noi donne dell’oggi ci spertichiamo l’anima, quel messaggio che noi aspettiamo sempre e in ogni caso, perché è una questione di etichetta, di educazione, di cavalleria; perché, come dice Greta, bisognerebbe scriverlo nel galateo sessuale, che dopo che te la do, un messaggio me lo mandi, di grazia, così, come quando mandi il telegramma dopo un lutto.

“Fai uno squillo quando arrivi”, p. 101.

M: Questo passaggio mi ha toccata sul vivo perché posso vantare un’alta percentuale di ghosting dopo il primo incontro (sulle dating app nel mio caso, c’entra anche questo aspetto ovviamente). Nell’80% dei casi io quel famoso messaggio “post coitale” non l’ho ricevuto. All’inizio faceva male, molto. Poi impari a corazzarti (ma fa male lo stesso). Credo che il bisogno di rassicurazione che ci fa desiderare tanto quel messaggio sia legato anche a un desiderio di sentirci in qualche modo “speciali” per la persona con cui abbiamo condiviso il nostro corpo, si trattasse pure solo di sesso.
Ti faccio allora la domanda delle domande: secondo te c’entra il fatto di “darla alla prima sera”, quindi concedere subito il “trofeo”, come viene chiamato a volte, nel fatto che l’interesse dell’altro scemi così velocemente da dimenticarti già l’indomani? (Ti dico: io a questa domanda non ho ancora trovato risposta, né confrontandomi con le donne né con gli uomini, ci sono pareri discordanti.)

S: Sorrido un po’ pensando di essermi (per il momento) affrancata dal ghosting. Il fatto è che non c’è una risposta univoca alla domanda. Non esiste una regola, sebbene la letteratura femminile si sia spesa in numerose speculazioni in proposito, dispensandoci abbondanti consigli per una condotta appropriata. Il cuore della questione, comunque, non è quello. Rifletterei, semmai, sul valore che attribuiamo al sesso e sul valore che ci aspettiamo gli venga riconosciuto. Sul significato che, di volta in volta, gli aggiungiamo o gli sottraiamo. Sul bisogno originale di rassicurazione che abbiamo, e su come evitare che sia quello a guidarci, perché onestamente l’insicurezza non è il miglior driver da scegliere nella vita. Comunque io al mio attuale compagno non l’ho data in maniera subitanea, ecco. Una delle mie più care amiche però, all’attuale marito e padre di suo figlio, l’ha data la prima sera. Come detto, non esistono leggi scientifiche 🙂

La felicità, per me, è una promessa mancata, un istante, un battito di ciglia, l’attimo di grazia assoluta in cui le cose sono al loro posto, appena prima di scompaginarsi di nuovo.

Stella Pulpo

In quei tempi lontani in cui della visualizzazione non v’era certezza, se volevamo verificare che il telefono fosse acceso, non avevamo alternativa se non fare uno squillo (nei momenti più tragici dello stalking ante litteram arrivavamo persino a farli anonimi). E comunque, se non ci rispondeva, potevamo sempre appellarci al ‘forse non gli è arrivato’ perché, ammettiamolo, quando la tecnologia era imperfetta, l’amore era senza dubbio più facile.

“Fai uno squillo quando arrivi”, p. 155.

M: Questo passaggio lo trovo cruciale sia per il libro in sé, dato che contiene il concept del titolo, e poi perché tratta il tema del rapporto tra tecnologia e amore, a me molto caro visto che parlo di dating app e di come queste impattano sulle relazioni tra i sessi.
Riallacciandomi al finale dell’estratto: oggi che abbiamo le spunte blu di WhatsApp con cui possiamo mettere sotto accusa chiunque voglia mentire, e app di dating come Tinder che ci offrono un Postalmarket di scelta per le nostre pulsioni sessuali, come siamo messi? (C’è anche un intero capitolo nel tuo libro intitolato “Tinder”.)
A me vien da rispondere che siamo messi “male”, proprio perché ogni relazione, sia di amore che di scopoamicizia, si è moltiplicata vorticosamente su tanti livelli. Il tempo della tecnologia si è imposto a quello interiore dei sentimenti, imponendogli una accelerata vertiginosa. Abbiamo strumenti per districarci secondo te?

S: Sì, rimettere la tecnologia al suo posto. Usare lo strumento, invece di farci usare. Stabilire noi i tempi delle nostre relazioni. Reintrodurre la carne nei rapporti di natura sentimentale ed erotica. Decidere di non essere in vendita su Postalmarket. Riscoprire che è possibile conoscere persone nella vita reale, sorprendentemente. Avere fiducia nell’umanità e disintossicarsi per un po’ da ciò che quella fiducia la fa (giustamente) vacillare non poco! 

M: Nel tuo libro non c’è solo l’amore. A fare da sfondo al suo affresco ad esempio ci sono due grandi scenari urbani: Taranto e Milano. Di conseguenza c’è anche la storia di Nina come ragazza del Sud che emigra al Nord. Anche questo punto mi tocca da vicino, condividendo io la stessa sorte, come te. Emerge soprattutto l’inadeguatezza iniziale che si avverte quando dal Sud arrivi in una grande città come Milano, che comincia a frullarti coi suoi ritmi e a pretendere molto, davvero molto, da te, senza tra l’altro indorarti la pillola. Nel libro emerge questa difficoltà della protagonista, seppure sia alleggerita da modi di dire simpatici che hai coniato, ad esempio le “Perfect Pussies” (ossia le “fighe milanesi”).
Potrebbe esserci quindi un grado di lettura parallelo di questo libro, quello metropolitano che si muove tra i locali, gli scorci, i paesaggi in un gioco di contrasti urbani tra Milano e Taranto?

S: Assolutamente sì. Milano e Taranto sono due grandi protagoniste di questa storia, e sono due città che amo. Mi piaceva raccontarle entrambe, con la loro grammatica sociale e il ruolo complementare che hanno per la protagonista: da un lato Milano che spinge all’evoluzione, alla crescita, all’esplorazione di zone di discomfort attraverso cui emanciparsi; e dall’altro Taranto, le origini, gli affetti fondamentali, i ricordi. Chiunque abbia lasciato la provincia per trasferirsi in una metropoli, si ritroverà probabilmente in Nina e nel suo rapporto ambivalente con i luoghi del passato e del presente, con quel legame bipolare, fatto di odio e d’amore, per il dove da cui proviene e per il dove verso cui procede.

M: In qualche modo questo libro è stato “terapeutico” per te?
Elaborando una storia così travagliata e piena di luci e ombre, alti e bassi, con così tanto investimento di cuore, pelle e anima, che in buona parte ti è appartenuta, senti di aver messo un “punto” a qualcosa?
Ammesso che questo fosse l’intento, ovviamente.
Te lo chiedo perché per me ad esempio è stato terapeutico il mio blog, per elaborare tutto il disagio che avevo accumulato sulle dating app e provare a condividerlo con gli altri per alleviarlo.

S: Scrivere è faticoso, proprio perché è terapeutico. Perché ti porta in profondità, a osservare, scomporre, vivisezionare la tua storia e i tuoi personaggi. Distruggi per ricreare, dividi per rimettere insieme, unisci punti e spezzi circuiti. In sintesi: muori e rinasci, nel momento in cui restituisci ai lettori una storia che non è più solo tua. È diventata pure loro. Nina non è Stella. Nina è chiunque di noi, anche se mi assomiglia assai. 

Muori e rinasci, nel momento in cui restituisci ai lettori una storia che non è più solo tua. È diventata pure loro.

Stella Pulpo

M: “Fai uno squillo quando arrivi” è ormai uscito un anno e mezzo fa. Qual è il dono più grande che ad oggi ti ha regalato l’avventura di questo libro?

S: Mi ha permesso di incontrare tantissime persone. Ho presentato il romanzo da Domodossola a Policoro, passando per Roma, Milano, Bologna, Napoli, Salerno, Bari. Persino Londra. È stato bellissimo. L’affetto, il senso di appartenenza e comunità, quella sensazione strana di conoscersi da una vita senza essersi visti prima. Non so, c’è una strana connessione, intima direi, che si crea con il pubblico (se posso usare questa parola senza suonare megalomane). Ecco sperimentare il rapporto con il pubblico, diretto, non mediato da un device, è stato il regalo più bello di FUSQA. 

L’affetto, il senso di appartenenza e comunità, quella sensazione strana di conoscersi da una vita senza essersi visti prima. Non so, c’è una strana connessione, intima direi, che si crea con il pubblico.

Stella Pulpo

M: E invece hai ricevuto delle critiche? Di che tipo e ti hanno ferita?

S: Ho ricevuto critiche, certo, molte le condivido anche (come che a un certo punto avrei dovuto sfoltire con più decisione la mia logorrea); libro da ombrellone; scorre bene ma niente di speciale; buono per chi nei libri si vuole identificare. Quello che mi rimane, a dispetto di quanto uno si immagina, sono le parole positive. Sono le centinaia di persone che mi hanno ringraziata di aver scritto questo libro, di aver raccontato così bene (dicono) questa generazione; di aver avvicinato madri e figlie, di aver aiutato ad allontanare ex indigesti. Non so se FUSQA sia un bel libro, ma so che è un libro utile. E questo mi ripaga anche delle critiche che potrei aver vissuto come “leggermente ingiustificate”, o che potrei non aver condiviso.

M: Sempre in quella famosa presentazione in cui ci siamo incontrate, ti chiesero anche se fosse previsto un “Fai uno squillo quando arrivi 2”, per il finale non strettamente chiuso del libro. È nei tuoi progetti?
E quali altri progetti hai in cantiere, se puoi raccontarceli?

S: Il finale per esempio è stato abbastanza criticato, perché non all’altezza del libro. Non era paraculismo per farne un sequel, quanto piuttosto la voglia di chiudere con verità: no all’happy ending, no alla tragedia, sì a com’è poi nella vita, e cioè un continuo work in progress, un divenire costante, una consapevolezza incerta e, perché no, un punto interrogativo a cui cercare ancora risposte. Quanto ai miei progetti futuri, mi appello al quinto emendamento. Sono in una fase di riflessione e bilancio, ma seguitemi sui social, che li vi aggiorno tempestivamente su tutto (l’automarchetta, in chiusura, ci sta sempre)! 

Grazie ancora di cuore a Stella di essersi prestata e di prestarsi anche ad abbracci e foto quando mi capita di incontrarla a eventi.

Uno dei tanti eventi in cui l’ho stalkerata.

Credo che la forza del suo blog – praticamente uno dei più longevi su queste tematiche – è di essere arrivato in un momento in cui non c’era ancora una voce come quella di Stella, ed è stata capace di diventare, partendo da un fluire di articoli molto intimo e personali, nella forma di un diario virtuale, la voce di una intera generazione di donne, quella delle “Vagine trentenni”, che rimangono sempre e comunque “Vagine” e rivendicano il valore e la spregiudicatezza di questo nome, sia da single che non.

Il 12 novembre 2011 ho creato “Memorie di una Vagina“. Avevo 26 anni appena compiuti, molte rughe di meno, qualche kg in più, il cadavere ancora caldo di una relazione che giaceva sul letto della mia coscienza e un milione di ansie esistenziali. 
Nel primo post, quello che inaugurava l’avventura, dichiarai: “Scriverò su questo blog per non impiccarmi nella doccia…convinta del fatto che la doccia non reggerebbe il peso, più che altro“. Da allora sono trascorsi 7 anni, e posso dirvi che le ansie esistenziali non spariscono, ma si trasformano e, nel mentre, la vita si compie, accade, procede nel suo tragitto regalandoci amare fregature e dolcissime sorprese. 
In questi anni abbiamo parlato di amore, di sesso, di relazioni, di amicizia, di lavoro, di aspettative sociali, di body-shaming, di parità, di consapevolezza e di autodeterminazione.

Io non sono ancora stanca di scrivere, riflettere e condividere. Spero voi non siate ancora stanche di leggere, rispondere e confrontarvi.

Stella Pulpo

 

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